“Aiutiamo a casa loro”? Nelle nostre tesi veniva prima l’analisi del problema: “dramma loro, dramma nostro”. 

editoriale di Giovanni De Luca

“L’immigrazione è un dramma”. Lo è per noi e lo è per gli immigrati. Questo “sradicamento” di milioni di persone dalla loro terra, dalla loro famiglia, dalle loro culture e tradizioni, dai loro usi e costumi, non risolve i loro problemi ma aggrava terribilmente i nostri, scriveva Pino Rauti all’inizio del secolo.

Ed eccoci, quasi vent’anni dopo, a Vibo Valentia – tra Calimera, frazione di San Calogero e Rosarno – sulla prima linea del dramma. L’ultimo grave episodio dove ha perso  la vita  Soumaila Sacko, di 29 anni, impegnato oltre che nelle raccolte stagionali a basso costo (manovalanza del turbo -capitalismo) anche nella difesa degli altri braccianti (la guerra di sopravvivenza fra poveri).

C’è da chiedersi: in cosa era migliore la vita di questo nostro “fratello in Cristo” qui in Italia,  dal paese di provenienza?

Il Mali gli ha dato la vita, l’Italia gli ha inflitto la morte.

E c’è da interrogarsi ulteriormente: “ne è valsa la pena, lasciare la propria terra, la propria famiglia, rischiare la traversata in mare, per morire  in terra straniera? Non dovrebbe essere meno rischioso qui, terra di speranza  nell’immaginario collettivo più civile, beccarsi una pallottola in testa?

La differenza la faceva la speranza. Ecco perché dietro questo ennesimo dramma – da qualunque angolazione lo si guardi – c’è la sconfitta di tutti.

Anche noi dobbiamo farci carico, se pur spettatori incolpevoli, del “dramma” che andiamo denunciando da sempre. Immigrazione indotta effetto di quel liberal-capitalismo che ne è la causa. Politiche sbagliate che sanciscono il predominio dell’economia sui diritti, sulla dignità dell’essere umano, sul benessere individuale e collettivo. Economia, finanza internazionale, capitalismo liberale non hanno né anima, né sentimenti, bensì parametri.

La nostra rabbia si scaglia sia contro il progressismo e contro il populismo nella stessa identica maniera. Questa epoca fugace non esamina a fondo, colpisce ciò che appare. Nessuna diagnosi ed il male si riproduce come un cancro, probabilmente è molto meno ma è mal curato.

Se è squallido e lo è, il messaggio: “è finita la pacchia”, dall’altro è altrettanto squallido il messaggio: “Sacko Soumayla difendeva i lavoratori sfruttati nei campi. Sacko Soumayla aveva un altro colore della pelle».

Non è questione di colore di pelle – o non solo –  ma è di condizione dell’essere umano !

Sacko da solo, non poteva difendere nessun diritto, né il suo, né quello dei suoi compagni di disavventura, preda della manovalanza schiavista del nuovo millennio, fra le ipocrisie di una sinistra senza più nessun punto di riferimento e l’insensibilità di quello che dovrebbe essere la nostra visione del mondo.

Soprattutto quando celebriamo la “grotta” del Natale e la sua difesa, ma non ne interpretiamo né il senso della traversata di Maria e Giuseppe, né il messaggio d’amore di Gesù Cristo. Le nostre tesi non attecchiscono non perché non siano valide, ma perché la semina non è buona.

Si stanno alimentando solo nuovi odi razziali, la nostra terra culla di civiltà sta diventando sempre di più fucina e laboratorio di nuovi focolai d’odio insanabile, fra  “neri” e “bianchi”. L’italia sarà molto presto un immenso Bronx. Tutto questo è voluto anche per stroncare i valori cristiani ai quali prima mi richiamavo, mentre incalzano processi di inculturazione islamica dove non esiste né la pietà, né la solidarietà, né la carità. Siamo per usare una metafora straordinaria: “fra l’incudine ed il martello”.

Ecco perché la sintesi “aiutiamoli a casa loro” da sola non serve, se alle spalle non c’è tutto un retroterra culturale, un impianto progettuale, un’analisi del problema, un ragionamento politico di vasta portata, un progetto sociale che ha una precisa visione del  mondo e delle cose, che affonda nelle radici cristiane – ma a condizione di farlo davvero- senza slogan e senza retorica. Come missione di vita.

Aiutaimoli a casa loro” non basta se alle spalle c’è solo il tentativo di respingere un dramma sociale ed umanitario, se le condizioni degli immigrati in Africa continuano ad essere quelle che sono sotto gli occhi di tutti. Degrado, sporcizia, senso della precarietà, atmosfera pesante, odore di carne putrida nel macello a cielo aperto delle guerre civili.

Non basta “aiutiamoli a casa loro” quando si impone con forza l’analisi “rautiana”: “dramma loro, dramma nostro”. 

Dramma loro, dramma nostro”,  perché quello che vediamo è solo una parte dei fattori moltiplicatori del problema. La punta dell’Iceberg di quello che sarà il mondo globalizzato e senza confini. E non scriviamo di quelli ideologici, ma di quelli necessari – evidenziali- per difendere le culture, le tradizioni, gli usi e costumi che sono alla base del vivere civile, i confini territoriali.  Analisi sulla quale i governi susseguitisi in Italia ed in Europa, non riflettono e si limitano a convegni ipocriti, alimentando la solita retorica dell’accoglienza selvaggia che ingrassa le associazioni e le nuove vene del capitale.

Bisogna bloccare e contenere i flussi migratori altrimenti ”rischiamo di essere sommersi” dal numero degli immigrati in continuo aumento ”senza poter risolvere adeguatamente i loro problemi. Si tratta di una bomba sociale ad alto potenziale che ci costruiamo per l’avvenire se non invertiamo questa tendenza” – affermava Pino Rauti nel 2001 – ed ora eccoci

“Occorre aiutare i paesi dove e’ piu’ forte il flusso migratorio, ma l’intervento va fatto in loco” secondo noi – scriveva ancora Rauti – vuol  dire impegnarci nel  concreto lì sul fronte delle esigenze umanitarie e delle politiche di sviluppo. 

”Bisognava aiutare gli immigrati sul posto. Non abbiamo la possibilita’ di accoglierli e di risolvere adeguatamente i loro problemi. Nei loro paesi di origine e solo rispettando la loro specificita’, storia e cultura, si salva il terzo mondo e non certo qui o in altro modo. Una volta –ricordava Rauti- milioni di italiani sono emigrati, ma andavano in terre vuote, come l’Argentina, gli Usa, il Canada. Sicuramente gli emigrati possono dare dei contributi, ma purche’ si tratti di emigrazione qualificata. Diversa e’ invece l’emigrazione di poveracci che vengono in Italia, vivono in condizioni disumane, e vanno inevitabilmente a ingrossare le fila della criminalita’ per fame e disperazione. E non mi preoccupa soltanto la situazione attuale, ma la prospettiva futura, perche’ l’immigrazione coinvolge sempre di piu’ i giovani”.

Oggi, spiace dirlo, la sinistra ha fallito al pari della destra ufficiale, quella della Bossi-Fini. Sulla stessa via si sta incanalando anche la sorte di Salvini. E’ la stessa polveriera di un tempo, nulla sostanzialmente è cambiato con le tragiche conseguenze che siamo costretti a registrare. Chi ha sparato al giovane ragazzo che si era avventurato in qualcosa che non era suo per spirito di sopravvivenza, è a sua volta un’altra vittima di un disegno pericolosissimo: gettare nel caos la società già surriscaldata. Il momento è delicato. Lo avvertiamo in tutta la sua drammatica carica esplosiva. Non ci sentiamo di incalzare il Ministro degli Interni, come fa la sinistra che ha perso sul piano dell’attuazione delle sue politiche ed ora crede che alzando i toni dello scontro  avrà come effetto voluto, violenza che genera  violenza e ingovernabilità. Ecco perché nei giorni scorsi abbiamo redarguito il Ministro degli Interni sulle frasi da capo popolo della Lega. Nella guerra delle parole da  lui proferite sulla Libia e l’infelice sortita de “la pacchia è finita” con abili guerriglieri della parola (coloro i quali fomentano poi i guerriglieri urbani)  l’unico che ha qualcosa da perdere è l’Istituzione. Ancor più del Salvini politico,  se non altro perché non ci sono più voti da conquistare per raggiungere l’obiettivo.

Piaccia o non piaccia, caro Salvini,  è l’inizio di un secondo tempo. Alla propaganda politica populista, si dovrà  alternare l’azione. Bisognerà riempire di contenuti l’azione di Governo.

Alle organizzazioni disumane dell’accoglienza incondizionata, agli imprenditori del disagio e agli speculatori del sistema, bisogna imporre un progetto per cancellare dall’Europa l’idea che l’Italia possa continuare ad essere trattata come il più grande campo profughi del “vecchio continente”.

Si ha bisogno di una Terza Via, di un progetto che noi di “Prospettive Future” in Fratelli d’Italia abbiamo malgrado qualcuno ritenga di poterne fare a meno. Grave errore di prospettiva, la loro, che non possono vantare alle spalle, né retroterra culturale, né storia, né esperienza.

Ed a parer nostro, nemmeno le idee chiare di quello che si dovrà affrontare.

 

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