FDI. Giovanni De Luca: un laboratorio politico in Puglia per ripartire dalle categorie sociali

Continuo a credere che il partito come lo intendevamo una volta non esista più. Il partito fatto di sezioni, di anziani nelle sezioni, del dopolavoro in un contesto sociale dove il lavoro non c’è, di frequentazione delle riunioni che poi danno anche risultati elettorali. Un ‘epoca tramontata.  Non credo in quel tipo di partito ma credo nel Movimento che si struttura e diventa interlocutore delle categorie.  Credo, quindi, che occorra un censimento delle risorse delle quali disponiamo all’interno della nostra anagrafica iscritti. Sono convinto che vadano individuati i rappresentanti migliori delle categorie e che si aprano dei tavoli di ascolto, di proposta e di collaborazione con il mondo della produzione, del terzo settore, del volontariato ossia la rappresentanza per funzioni,  che è la parte in sofferenza del corpo della Nazione. In pratica propongo un innovativo  LABORATORIO POLITICO.

Saremmo veramente stupidi, se non decidessimo di puntare da oggi sulle Politiche Sociali, terreno sulla quale il riordino ospedaliero di Vendola e di Emiliano sta perdendo la partita, anche al cospetto di regioni molto più competitive da un punto di vista qualitativo come la Basilicata.

 ULABORATORIO POLITICO ATTIVO a partire dalle politiche sociali. Proporre dalla PUGLIA un’ IDEA, un PROGETTO che Prospettive Future mette a disposizione del movimento.

Per combattere la disoccupazione giovanile noi proponiamo un nuovo patto sociale, imponente e strutturato che ha anche precise coperture: un salario minimo di inserimento sociale e reinserimento lavorativo.

Un salario da corrispondere a ogni giovane che cerca lavoro  per i primi cinque anni successivi, impegnandolo in lavori socialmente e civilmente utili predisposti da un’apposita Agenzia in seno al Ministero per le Politiche del Lavoro articolata in strutture regionali e centri periferici comunali. Sarà fondamentale una riforma dei centri per l’impiego.  Un salario per il reinserimento lavorativo dei quarantenni e cinquantenni. Evidenziare la situazione terribile della disoccupazione adulta italiana non esclude l’avere a cuore il futuro dei giovani. E’ il contrario.

 I famosi incentivi del governo Letta, quelli fino ai 29 anni varati nel 2013, sono stati un fallimento. Bisogna coniugare e ricongiungere due mondi in crisi, quello dei giovai e quello degli adulti. Ci sarebbe in tempi brevi la “rivitalizzazione” non solo di interi settori, ma anche delle aspettative di tanti, si darebbe un formidabile colpo ed una accelerata ai consumi che stanno languendo. Le difficoltà economiche, con un mercato del lavoro altalenante dove si registra un tasso di disoccupazione altissimo costringono sempre più giovani a rimandare i progetti di indipendenza ad un futuro che non sembra neanche troppo vicino. E’ assurdo ed immorale che ci siano tanti bisogni e tante urgenze, a fronte di una manodopera disponibile, che invece resta disoccupata.  Il dramma della disoccupazione adulta oggi ha toccato picchi altissimi, quarantenni che per la prima volta vedono interrompersi “l’ascensore sociale”.

Il salario minimo di inserimento sociale e di reinserimento lavorativo è l’alternativa al Reddito di Cittadinanza ed ai suoi punti critici. 

Nel reddito di cittadinanza, il primo punto da correggere nella tabella di comparazione con il Rei  (Reddito di inclusione) introdotto dal governo Gentiloni è la casa, perché questo rischia di creare una sperequazione inaccettabile tra chi ha un reddito basso ma non deve pagare l’affitto e chi dalle sue magre entrate deve scalare qualche centinaio di euro. I secondi devono essere aiutati più degli altri e la casa va considerata anche perché è su quello che si gioca il duello delle coperture: il reddito di cittadinanza costa 15 miliardi se ai proprietari dell’immobile in cui vivono si imputa un affitto virtuale equivalente a quello che risparmiano, ne costa 30 se invece non si considera questo parametro. Il secondo punto di criticità riguarda la durata infinita e la cessazione. Ha infatti una durata illimitata – a differenze del Rei e di altri sussidi che prevedono uno stop e un periodo di latenza prima di ricominciare – e quindi può rendere plausibile l’idea di vivere del sussidio se il centro per l’impiego non riesce a trovare un’offerta di lavoro da sottoporre. L’altro effetto collaterale è che si azzera all’istante quando la persona guadagna più di 780 euro (l’entità del sussidio).  Il reddito di cittadinanza potrebbe costare molto (30 miliardi di euro o più secondo varie stime, rispetto ai già elevati 17 miliardi prospettati dal M5S) e comportare uno spreco ingente di risorse pubbliche, poiché verrebbe concesso anche a individui che poveri non sono. È inoltre alto il rischio che disincentivi il lavoro, dato l’elevato importo del beneficio e l’assenza di un meccanismo di cumulo con il reddito da lavoro. Per incentivare la partecipazione, inoltre, prevede solo l’obbligo di iscrizione ai Centri per l’Impiego, strutture che necessitano di una profonda e costosa riforma per poter garantire risultati apprezzabili nel facilitare l’avviamento al lavoro.

Non dobbiamo partire dal fatto che c’è disoccupazione, ma dal concetto che manca il lavoro!

In questa visione la sintesi moderna, riformista e sociale di più correnti di pensiero aventi diverse origini e confluenti su un’unica certezza: è lo Stato ad annullare i conflitti, risolve i problemi relativi alla rappresentanza politica, economica e sociale. Lo può fare solo attraverso i corpi intermedi della società che, se pur contemplati dalla Costituzione, sono oggi esclusi dai processi legislativi, partecipativi e decisionali. Nell’idea di partecipazione attiva, la società coincide con lo Stato il produttore con il cittadino, il progresso scientifico con il progresso civile in nome di un umanesimo del lavoro che ha confini ben precisi, dalla dottrina sociale della Chiesa, alle politiche di socialità proprie della nostra storia.

Anni fa scrivevamo: “la disoccupazione sta diventando una tragedia. Una volta, si era disoccupati per due – tre anni ma poi si trovava lavoro,  specialmente al Sud – dove un terzo della popolazione è  disoccupata! – si restava senza lavoro per cinque, dieci anni – la situazione è peggiorata. Scrivevamo anche: “Stiamo rubando la giovinezza ad intere generazioni di adolescenti! Ecco la triste verità”.

Quegli adolescenti oggi sono giovani, quarantenni fuori dai processi del mondo del lavoro senza esservi nemmeno entrati. Eccola in tutta la sua drammatica evidenza, la triste verità, ma ecco anche la ricetta per guarire questi mali.

Giovanni de Luca

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