Italia, terra di permalosi

  • di Francesco Buja

Ha scatenato il solito riversamento di bile il ritorno in terra patria di Vittorio Emanuele III, polemiche sollevate in spregio al sentimento di pietà verso un defunto e noncuranti dell’opportunità di non aggiungere veleno alla convivenza fra italiani. Qualcuno sprofonda nell’inquietudine, qualcun altro deplora la solennità conferita al trasporto della salma. Non si vuole la sepoltura al Pantheon. Questo rimpatrio, si è detto, urta le coscienze. E questo sembra essere il nuovo sport nazionale di una parte di italiani: la permalosità. Un parroco evita di festeggiare il Natale per non urtare la suscettibilità degli islamici, si vietano i tradizionali canti a scuola, si censurano i presepi, si nasconde la propria identità culturale (non dimentichiamo che essere cristiani è anche un fatto culturale). Non offendiamo, ci sono molti permalosi in giro. Dunque storciamo pure il muso politicamente corretto per il ritorno di sua maestà Sciaboletta, ma continuiamo a osannare presidenti della Repubblica italiana meritevoli di essere messi faccia al muro. Certo, Vittorio Emanuele non ha reso onore all’Italia, ma per motivi diversi da quelli sbandierati dalla vulgata corrente e che anche uno storico solitamente considerato valido, quale  Paolo Mieli, identifica in primis nell’appoggio al fascismo. Non fu l’avallo a Mussolini una colpa imputabile al sovrano, se per mezzo del futuro Duce il re tentava di liberarsi di una classe politica inefficiente e di instaurare l’ordine sociale. Per giudicare un periodo storico bisogna considerare quello che esisteva prima di esso e fare i conti con quell’epoca. Ed è noto l’indice di gradimento che presso gli statisti di altre Nazioni riscontrarono Mussolini e il fascismo. Alla luce di tale consenso, aver appoggiato il maestro di Predappio non sarebbe una colpa. Ma chiaramente i giudizi si dividono. E i soliti permalosetti si offenderanno se sosteniamo che le maggiori colpe di Vittorio Emanuele III furono la fuga durante il disastro della Nazione e quell’affare Sinclair che probabilmente costò la vita a Giacomo Matteotti (Mussolini non aveva interesse a ucciderle il parlamentare socialista). E che vigliacco fu arrestare chi si era recato al Quirinale per rassegnare le dimissioni da capo del governo. Si offendano pure, i signorini permalosi se, non cedendo a una visione parziale della Storia, qualcuno rammenta loro anche alcuni meriti di Vittorio Emanuele III: siamo abituati anche a questo strano concetto di libertà di pensiero. E siamo abituati alla sensibilità a senso unico. Si offendano pure, i pensatori dal muso torto, se poi si esigono dignità per i morti della Repubblica sociale italiana e rispetto per il culto cattolico, se si pretende libertà di critica e di militanza in partiti distanti dalle loro opinioni. Si è capito che dietro a questa sensibilità a corrente alternata, disinnescata quando si tratta della emotività altrui, si cela, e malamente, l’ambizione di imporre il proprio pensiero. E allora offendetevi continuamente, consumatevi a segnare la linea del torto e della ragione, anche quando non ce n’è più bisogno, come a proposito del rimpatrio del re Sciaboletta: la permalosità vi seppellirà.

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