L’attualità dell’insegnamento di Giovanni Gentile

Prima di iniziare a parlare del rapporto della filosofia gentiliana con la realtà politica e sociale del suo tempo e della validità che può avere nel nostro tempo, ritengo necessario mettere in evidenza, se pur brevemente, alcuni aspetti della sua vita. Tale necessità scaturisce dal fatto che una iniziale cieca opposizione alla sua concezione filosofica e politica ha cercato di sommergere il valore morale ed etico in essa contenuto proprio perché scomoda ai primi sfruttatori della politica e successivamente per ignoranza, poiché i programmi scolastici dalla maggior parte dei docenti, asserviti al potere, fermavano il programma di storia della filosofia allo studio di Benedetto Croce, per cui Giovanni Gentile non è stato molto conosciuto da quelli che ora sono anziani e ancor meno dai giovani.
Iniziamo, quindi, col dire che Giovanni Gentile possiamo definirlo un uomo del sud in quanto nato a Castelvetrano, in provincia di Trapani nel 1875. In quest’ultima città, infatti, compì gli studi liceali, dopo di che, vinto il concorso per accedere alla Scuola Normale Superire di Pisa si iscrisse alla Facoltà di Lettere e Filosofia. Laureatosi nel 1897, insegnò, prima, nel Convitto Nazionale di Campobasso e nel 1900 passò ad insegnare nel Liceo di Napoli. Nel 1914 accettò di insegnare all’Università di Palermo, poi, a Pisa e successivamente alla Sapienza di Roma. Dal 1932 al 1943 fu direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa e dal 1934 al 1944 fu anche vicepresidente dell’Università Bocconi di Milano. Intanto per risanare la cultura italiana dalle rovine causate dal positivismo fondò con Benedetto Croce, nel 1903, la rivista La Critica e nel 1923, quale ministro della pubblica istruzione, attuò la Riforma della Scuola, nota come Riforma Gentile. Al suo nome è legata anche la grande e insuperabile Enciclopedia Italiana o Enciclopedia Treccani, della quale fu direttore scientifico e alla quale chiamò a collaborare anche studiosi non fascisti (come Rodolfo Mondolfo) ed ebrei ( come Roberto Almagià) [ il 18 febbraio 1925 fondò con Treccani L’Istituto Treccani e nel 1929 fu pubblicata la prima edizione dell’Enciclopedia].
Egli, è stato etichettato come filosofo del fascismo, dando a quest’ultimo un significato solo negativo, in realtà aveva, come vedremo più avanti, di questo movimento una concezione etica che nulla aveva a che fare con l’arroganza e la violenza di alcuni tesserati, tanto che faceva una netta distinzione tra fascisti della tessera e fascisti dello spirito; dei primi, infatti, facevano parte molti megalomani e opportunisti che pur occupando cariche politiche di un certo rilievo,alla caduta del Fascismo furono svelti a saltare sul carro dei vincitori e conservare ancora importanti cariche politiche, e i nomi sono tanti. Egli, invece, coerente con le proprie idee e contrario ad ogni forma di violenza non si tirò mai indietro sino a pagare di persona con la propria vita, dando appunto un magnanimo esempio di onestà e coerenza. Dicevamo che fu contrario ad ogni forma di violenza e non esitò a dimettersi da ministro dopo il caso Matteotti e dichiararsi contrario alle leggi razziali (1938) imposte all’Italia dai nazisti, come non esitò a manifestare già nel 1933 durante l’inaugurazione dell’Istituto per il Medio ed Estremo Oriente il proprio disappunto a queste leggi che si stavano propagando in Germania, per cui ebbe a dire “Roma… accolse sempre e fuse nel suo seno idee e forze, costumi e popoli” ed evidenziò,come sia la Roma antica, che quella cristiana sia stata sempre accogliente e conciliatrice di ogni forma di vivere civile. E il vivere civile è stato sempre lo scopo primo della sua esistenza, della sua filosofia e della sua pedagogia. Base fondamentale della sua educazione è stato l’amore per il prossimo, il rispetto umano per ogni individuo per cui vivere civilmente intendeva che ogni uomo deve essere cosciente e responsabile delle proprie azioni inserendosi, così, con il proprio io in quel contesto più ampio che è la società. Ne consegue che l’uomo gentiliano non è un solipsista, un egoista chiuso nel proprio particolare, ma sente l’altro come l’altro sé stesso, come un soggetto da amare, come ognuno ama se stesso. In una parola, per la filosofia di Gentile, il tutto si risolve ed è nell’atto del pensiero. In tal modo il pensiero non è qualcosa di meramente astratto, ma è la stessa vita dell’uomo e della società.

Il pensiero per Gentile, dunque, è pensiero in atto, in fieri, ovvero in continuo divenire; è teoria e prassi, è molteplicità e unità. Nell’atto del pensiero, pertanto, il molteplice si fa uno e così si rompe l’isolamento dell’individuo, dell’io empirico; esso qui, ora dialoga con l’alter, cioè eleviamo gli altri uomini alla stessa nostro piano realizzando il Noi, centro di tutti i vari io particolari, empirici, nostri soci che hanno i nostri stessi doveri e i nostri stessi diritti. Per usare le stesse parole che Gentile scrisse in Genesi e Struttura della Società diciamo che in ogni io “c’è un Noi; che è la comunità a cui egli appartiene e che è la base della sua spirituale esistenza”. Per Gentile, dunque, ogni persona si realizza nella società, nelle Stato, dove il singolo si associa ad altri che non sono, però, delle mere particolarità, se così fosse non potrebbe esserci società, ma sono l’unica Persona, cioè si ritrovano tutti in quell’unica realtà concreta che è l’individuo. Qui il cittadino è un tutt’uno con lo Stato, non può non partecipare alla vita del proprio Paese che è in fondo la sua stessa vita; si realizza cioè quello Stato che è “in interiore homine”. In sostanza, possiamo dire, come si legge nel libro di Mario Signore, Impegno etico e formazione dell’uomo nel pensiero gentiliano, che l’uomo nel pensiero sociale di G. Gentile “non si trova, quindi, una società che gli sia esterna” e precisa “l’umanità coincide con la socialità proprio perché l’uomo non è ancora uomo se non si è spogliato del proprio egoismo, se non è uscito dalla propria solitudine, in una parola se non si è fatto socius”.
Giovanni Gentile e Leonardo Severi
Ora, il rapporto sociale, così inteso, ci fa accorgere che la filosofia gentiliana è la filosofia della libertà, infatti se ogni uomo sente l’altro come l’altro se stesso si instaura un rapporto basato sulla giustizia e se c’è giustizia non c’è lotta per sopraffare l’altro, quindi nella società c’è liberà, pace, ovvero collaborazione, quindi progresso individuale e sociale nello stesso tempo. Traspare da ciò l’alto valore morale dell’apostolato civile, politico e religioso di G. Gentile e si comprende anche come la necessità, da lui avvertita, per la diffusione della cultura, facesse parte dello sforzo sostenuto per il riscatto della Persona. Egli, infatti, non mirava solo ad abbattere l’analfabetismo strumentale, ma a promuovere più organicamente il superamento dell’analfabetismo spirituale che è schiavitù per l’uomo. Scopo primo della sua pedagogia fu, pertanto, quello di educare l’uomo ad essere libero, o meglio a farsi libero, poiché la libertà si realizza con il superamento del proprio egoismo; quindi l’uomo gentiliano deve tendere sempre al dover essere sentendo il dovere di operare nella società con impegno e serietà. Pertanto, la vera società, con il suo profondo valore, si rivela nella concezione filosofica di “lavoro” inteso questo come processo unitario dello spirito, che garantisce, per tutti un uguale base di partenza, consentendo, però, a ciascuno di svolgere la formazione della propria intrinseca personalità secondo valori che promuovono differenze personali. In Genesi e Struttura della Società, egli scrive che l’uomo reale “è l’uomo che lavora, e secondo il suo lavoro vale quello che vale. Perciò è vero che il valore è il lavoro; e secondo il suo lavoro qualitativamente e quantitativamente differenziato l’uomo vale quel che vale”. In sostanza, qui troviamo l’umanesimo del lavoro in cui anche la fatica manuale acquista dignità spirituale capace di smaterializzare la materia, ne consegue che tutti i lavoratori, contadini, artigiani scienziati o pensatori, hanno pari dignità sociale purché ognuno lavori da uomo, ovvero con onestà ed impegno, consapevole di lavorare in un contesto sociale. Quindi, l’uomo con il lavoro così inteso non è mai solo, chiuso nel suo particolare, ma è sempre con e per altre persone; ovvero l’uomo non lavora solo per sé, ma anche per altri, per la propria famiglia e per la società tutta, per quelli che sono con lui e per quelli che verranno dopo di lui. In definitiva, si può dire che la società con questa concezione del lavoro è la società del “lavoratore”.
Con tale concezione gli uomini non saranno dunque divisi, non saranno homo homini lupus, ma saranno uniti da un profondo senso morale in quanto non sopraffatti da rapporti esclusivamente economici. In tal modo, dunque, si supera sia l’individualismo liberale dell’economia, sia il collettivismo, che annulla l’individuo nella massa. In realtà, l’uomo lavorando sollecitato da una legge morale intrinseca si libera della sua individualità, della sua particolarità e lavora per il bene comune. Si realizza, così, nello Stato un sistema organico, in cui ogni individuo volendo realizzare se stesso realizza il sistema (Stato corporativo). In altri termini la società a cui guarda G. Gentile non è la società basata sul contratto sociale, né ancor meno basata sulla lotta di classe, bensì la società che nasce dalla volontà individuale e che si universalizza nell’atto del pensiero, per cui non è qualcosa di imposto dall’esterno, che preesiste, ma è una realtà che si fa continuamente. Di conseguenza, anche la legge su cui si regge non è una legge imposta al soggetto dall’esterno, ma ognuno sente la legge come propria, In tal senso lo Stato è una superiore umana concezione spirituale, morale e giuridica della vita sociale, è ordine politico capace di autorità garante della libertà civile e della singola persona, in una parola l’autorità dello Stato diventa la libertà del cittadino. In sostanza, l’unità di cui qui si parla, a differenza della concezione comunista, è un’ unità non immediata in quanto, come già detto, lo Stato è considerato immanente alla Persona; mentre per la concezione comunista , tale unità è possibile in quanto la persona è considerata immanente allo Stato, per cui si priva sia l’individuo, che lo Stato di quei valori etici che servono, invece, a realizzarsi, appunto l’uno come Persona, l’altro come Stato nel ritmo unitario del medesimo processo dialettico.
Lo Stato della filosofia dell’atto non è, dunque, un’utopia, qualcosa di astratto che esista al di fuori della Persona, ma la forma concreta della vita di un popolo. L’uomo gentiliano, dunque, opera con la coscienza di essere responsabile, di ciò che fa, davanti a se stesso,davanti agli altri e davanti a Dio, che –scrive Gentile nel secondo volume del Sistema di Logica – “è il pensiero costante di ogni uomo che non si trastulli con giochi dell’intelligenza, ma viva seriamente la sua vita in cui è impegnato l’universo, e che gli fa sentire perciò il peso di una divina responsabilità”. Alla luce di quanto sino ad ora affermato possiamo dire che l’insegnamento di G. Gentile, nonostante l’impegno dei denigratori di offuscarlo e di negarlo, rimane l’esempio più alto al quale la scuola e la politica devono guardare perché possano assolvere il proprio compito che è quello di formare l’uomo e il cittadino, la Persona e la società quale autentica dimostrazione di civiltà.
prof. Angelo De Pascalis
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