Manicomi. Giovanni De Luca: quaranta anni dopo la legge Basaglia fra dignità dell’individuo e problemi irrisolti.

La “Legge Basaglia” compie oggi quarant’anni. Era il 13 maggio 1978 quando  la Legge 180, entrava in vigore e “chiudevano” i manicomi.

La legge prende il nome da Franco Basaglia, psichiatra che diede vita al “Movimento per il superamento degli istituti” e ad un provvedimento che ha rivoluzionato la psichiatria nel nostro Paese.

Tra il 1994 e il 1999  con il “Progetto obiettivo”  c’è stato poi il passo determinante per la totale  chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari (Opg), iter conclusosi nel 2015 sostituiti dalle Rems, (Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza) dopo che una commissione parlamentare d’inchiesta aveva accertato le condizioni di estremo degrado di questi istituti.

Si riteneva così, che con la chiusura dei manicomi, lo Stato restituisse dignità a migliaia di persone andando oltre alle umiliazioni, le violenze – fra tutte le patriche dell’elettroshock –  favorendo il superamento di vecchi metodi anche grazie al cambio culturale della società e la progressiva perdita di alcuni retaggi secondo i quali, la pazzia era per i famigliari del soggetto in questione motivo di vergogna, di pregiudizio ed anche discriminazione.

Un passo avanti ed un anello della catena mancante. 

È opinione diffusa che l’assistenza e la qualità della vita dei malati si è completamente trasformata.  La legge demanda alle Regioni l’organizzazione dei Dsm, (Dipartimenti per la salute mentale), ma  il ricovero da obbligatorio è diventato volontario, lasciando comunque la possibilità del TSO (trattamento sanitario obbligatorio) negli ospedali generali.

Malgrado tutto, le criticità ci sono e sono gravi.

Alla carenza di personale, quello dei Dsm è di 29.260 unità, sotto lo standard di 1/1500 abitanti,  si sommano fondi insufficienti ed una scarsa sensibilità della classe politica attuale, la quale, archiviata la battaglia per la chiusura dei manicomi se ne é disinteressata lasciando i problemi nelle mani degli operatori e delle famiglie.

A questi problemi atavici, oggi si sommano l’aumento delle malattie per disturbi psichici nei giovanissimi, l’aumento dei suicidi, l’inadeguatezza dei mezzi d’intervento.

Prospettive

La chiusura dei manicomi senza un effettivo recupero sociale del malato, si sta trasformando in un rituale ipocrita di un gesto fine a se stesso, che in realtà aggrava e moltiplica i problemi, rovesciando sulla famiglia e sullo stesso malato ostacoli, disservizi e mortificazioni così come sugli operatori medici ospedalieri ed assistenti sociali.

Sono scarse le opportunità di reinserimento sociale,  ed é bassa la possibilità di investimento dei bilanci regionali. Si spende meno della metà per i malati gravi di schizofrenia e di disturbo bipolare bisognosi di assistenza medica e continuativa nel tempo, tanto fer fare un esempuo fra i tanti che si potrebbero fare.

Non ci sono adeguati centri di assistenza specialistica e anche per le situazioni di estrema emergenza, difettano i presidi di pronto soccorso specializzati,  manca un servizio professionale diffuso sul territorio.

Chi può, si affida all’assistenza privata pagando fior di quattrini. Chi non può rimane abbandonato a se stesso, con tutti i drammi che questo comporta con casi di violenza nelle mura domestiche e con i gravissimi risvolti sociali che i più conoscono, quando non si é costretti ad assistere a gesti di ordinaria disperazione estrema.

C’è un problema di etica e di fondo. Verte sempre sullo stesso punto.

A fronte del benessere individuale e nella impossibilita soggettiva di garantire – o autodeterminare-  la salute dell’individuo, lo Stato deve farsene carico!

Lo deve fare secondo una precisa logica responsabile e basata sulle competenze e sul raggiungimento di avanzati traguardi di benessere diffuso perché il mondo sta cambiando, la perdita di vecchi modelli e vecchie certezze comporta, inevitabilmente, meno sicurezze, meno stabilità, meno garanzie individuali e collettive.

Si sono spezzati gli “elastici sociali”  e bisogna, quindi,  potenziare i “cuscinetti correttivi” intervenendo lì dove il disagio prolifera e si genera e rigenera.

Bisogna intervenire “sulla prima linea del disagio sociale”, come piace scrivere a noi.

Lo si può fare finanziando un progetto di investimenti sugli operatori socio sanitari, affiancandoli al malato ed alla famiglia, in maniera continuativa, professionale, amorevole, progettuale. Affinché alcune situazioni di debolezza non diventino, come già scritto, dramma preannunciato.

Si pone il solito problema delle coperture finanziarie. Delle spese. Il falso problema.

Le questioni, questa è una fra le più delicate e gravi, non si risolverà mai se l’approccio sarà sempre di visione relativa alla “spesa” sanitaria e non di investimento.

Quanto costa un malato? Ci si chiede. Quanto si risparmia invece, garantendo assistenza? Rispondiamo noi

È nella prevenzione, nella cura del più debole e nella fermezza dello Stato che non può che essere sociale, la soluzione di questi mali.

Non si tratta di non saperlo, é questione che non lo si vuole dire.

Uno Stato liberale non tutela i deboli, avvantaggia i forti, e questi ultimi sui drammi delle persone malate che non producono a pieno regime, non investono. Chi sa’ come la pensabo i paladini di una certa cultura politica, che sulla chiusura dei manicomi hanno costruiti le loro carriere politiche ed oggi vivono di vitalizio.

 

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